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MATRICOLA 43738

VERONA - ITALY

 LUCIANO ZAMBONI 03.02.1923 / 04.05.1945   LUCIANO   Figlio di contadini e primo di quattro fratelli, Luciano era nato il 3 febbraio 1923 a Trezzolano di Mizzole, un paesino nella provincia di Verona. Negli anni '30 si era trasferito, con i genitori, la sorella e i due fratelli, a Montorio, al numero sette di Via dei Platani. Nato e cresciuto con il fascismo aveva subito passivamente la dittatura, adattandosi come la maggior parte degli italiani alle regole dettate dagli uomini con la camicia nera. Era un ragazzo come tanti, con i desideri e le passioni dei ventenni di quell'epoca. Negli anni bui della guerra le cose non andavano certamente bene ma, sbarcando in qualche maniera il lunario, si riusciva a sopravvivere abbastanza serenamente. A Verona avevano ripreso a funzionare gli uffici di leva il 20 ottobre 1943, ed il 9 novembre fu pubblicato il primo ordine di chiamata alle armi. L'obbligo di presentazione presso il distretto militare era indirizzato alle classi 1923, 1924 e 1925.


LUCIANO, IL SECONDO DA SINISTRA IN PIEDI    

 

La tranquillità in casa Zamboni fu incrinata, nel novembre del 1943, dall'arrivo della cartolina precetto che intimava a Luciano di presentarsi per il richiamo alle armi. La drammaticità della cosa stava proprio nello stabilire cosa fare. Migliaia di giovani con quella cartolina in mano, si trovarono a dover prendere delle decisioni non facili. La loro sorte e quella dei propri familiari sarebbero dipese dalle loro scelte. La maggioranza di coloro che si costituì, lo fece per timore di ritorsioni verso i propri cari. Infatti, i genitori o i fratelli dei renitenti alla leva potevano essere arrestati e trattenuti come ostaggi. Questo status li metteva nella condizione di poter essere fucilati in caso di rappresaglia. In seguito sarebbe stata pubblicata un'ordinanza, il cosiddetto "Bando Graziani", che prevedeva per renitenti e disertori la pena di morte mediante fucilazione, da eseguirsi, come recitava l'articolo cinque del bando, nel luogo stesso di cattura del disertore o nella località della sua abituale dimora. Alle parole seguirono i fatti. Così anche nel veronese si venne a conoscenza di fucilazioni di giovani che avevano tentato di sfuggire alla chiamata o che dopo essersi arruolati avevano disertato. In quel periodo ci fu chi si arruolò volontario nel neonato esercito di Salò cercando la “bella morte”, chi si diede alla macchia aggregandosi ai gruppi partigiani, chi disertò tentando di sottrarsi in tutte le maniere all'arruolamento coatto, e chi non fece nulla e mise la propria vita in mano agli eventi e al fato. Ognuno fece le scelte che reputava più giuste e pagò di conseguenza. Luciano decise di presentarsi e nel gennaio del 1944 fu inviato al Centro Addestramento Aeronautico di Sacile (Pordenone). Dopo alcuni mesi fu trasferito alla Caserma Aeronautica di Casarsa (3ª Compagnia - 3° Plotone - 10ª Squadra), e infine al 14° Centro Avvistamento (Posta da Campo n. 765) presso Firenze, da dove disertò giungendo a Verona dopo aver percorso buona parte della strada a piedi. Era il giugno del 1944. Per più di due mesi rimase nascosto presso la casa di uno zio e alla fine di settembre del 1944 si presentò alla Todt, l’organizzazione tedesca che provvedeva alla costruzione di fortificazioni e sbarramenti e che dava da lavorare a chiunque ne facesse richiesta, fosse questo un renitente, un disertore o uno sbandato. Chi veniva assunto, con un po' di fortuna, riusciva a trattenere il lasciapassare emesso dall'organizzazione anche dopo il licenziamento. Con quest'accortezza molti riuscirono a proteggersi dai rastrellamenti. Fu inviato sul Monte Altissimo di Nago, a nord del Lago di Garda, e fu impiegato nella costruzione di trincee e opere di difesa militare. Nonostante i suoi compagni di lavoro avessero tentato in ogni maniera di dissuaderlo, e pur essendo conscio dei rischi che correva, prese la decisione di tornare a casa, abbandonando il posto di lavoro e dirigendosi verso Verona. Il 16 dicembre 1944, nei pressi della linea ferroviaria Caprino-Verona, fu fermato e arrestato da alcuni militi della XXIª Brigata Nera “Stefano Rizzardi”. Dopo un interrogatorio sommario fu consegnato alle SS, trasferito a Verona e imprigionato nel forte di San Mattia, che era uno dei tre forti costruiti dagli austriaci nel 1838 sulla collina veronese e che i nazifascisti, nel periodo repubblicano, avevano adibito a prigione. Il 27 dicembre 1944 fu portato al Palazzo INA dove aveva sede il Comando Generale SS e Polizia di Sicurezza (Befehlshaber der Sicherheitspolizei und des Sicherheitsdienst -B.d.S Italien) e il 12 gennaio 1945 fu trasferito al campo di concentramento di Bolzano, in località Gries. La mattina del 19 gennaio 1945, Luciano e altri 358 prigionieri furono caricati su camion e portati alla stazione ferroviaria di Bolzano dove li attendeva un treno merci, scortato da militi SS e polizia altoatesina, che aveva come destinazione finale il campo di concentramento di Flossenbürg. Era il pomeriggio del 23 gennaio 1945 e dai vagoni oltre ai vivi furono scaricati anche una decina di morti. Mio zio, con gli altri prigionieri, fu fatto scendere e avviato a piedi verso il campo di concentramento che si trovava a qualche chilometro più in alto rispetto alla stazione ferroviaria. All’arrivato nel lager, dovette subire la procedura standard prevista per ogni deportato che entrasse in un lager. Fu spogliato di ogni avere, dei vestiti e della dignità, rapato, rasato e lavato. Gli venne fornito il vestiario e, trasferito al blocco 20, immatricolato. Luciano ebbe il numero di matricola 43738 e il triangolo rosso con la "I" nera che lo classificava come prigioniero politico italiano.

Flossenbürg era un campo di concentramento "principale", dal quale i deportati erano smistati in sottocampi, detti "Kommandos" per essere impiegati nei lavori più svariati. Dopo il periodo di "quarantena", vale a dire l'intervallo che precedeva il decentramento, che era di alcune settimane, generalmente i prigionieri venivano inviati ai sottocampi, ma Luciano fu trattenuto a Flossenbürg. Chi rimaneva, era utilizzato in attività interne al campo o impiegato in lavori di scavo o di fatica all'esterno del lager e principalmente presso la famigerata cava di granito. Il 22 marzo 1945 fu trasferito al lager di Natzweiler (Alsazia) e decentrato presso il sottocampo di Offenburg. Proprio in quel periodo i Kommandos esterni di Natzweiler furono evacuati per l'avanzata delle truppe alleate. Quasi tutti gli internati, a piedi o in treno, furono trasferiti a Dachau. Luciano, assieme ad altri prigionieri, fu riportato a Flossenbürg, dove arrivò il 6 aprile. Far intraprendere un viaggio così lungo a dei deportati che si trovavano già da due mesi in campo di concentramento in quel periodo della guerra, cioè quando le condizioni nei campi erano diventate disastrose, voleva dire quasi certamente condannarli a morte. Mio zio dovette affrontare nel giro di quindici giorni il tragico trasporto di quasi 900 chilometri, che lo portò da Flossenbürg a Natzweiler e ritorno. Posso solo immaginare quali fossero le sue condizioni al rientro. Fu sicuramente questo il motivo per il quale non partecipò all'evacuazione del campo, la cosiddetta "marcia della morte".   Infatti, il 20 aprile 1945, il comandante del campo di Flossenbürg, l’SS-Obersturmbannführer Otto Max Kögel, ordinò l’evacuazione e i 14.800 prigionieri in grado di camminare, furono incolonnati e avviati a piedi verso sud. Dei 1526 internati che rimasero nel lager, dei quali 46 erano italiani (tra questi mio zio), circa la metà era ammalata di tubercolosi o di tifo e gli altri, a giudizio dei carnefici nazisti, con un piede già nella fossa, non avrebbero vissuto abbastanza da vedere i loro liberatori. Luciano era ancora vivo quando, la mattina del 23 aprile 1945, una compagnia della 97ª Divisione di Fanteria dell'esercito americano liberò il campo di concentramento di Flossenbürg. Il 4 maggio 1945, dodici giorni dopo la liberazione del lager, mio zio morì.


ARTICOLO TRATTO DA "LA VOCE DELL'ADIGE" DEL 22 GIUGNO 1945       Morì da uomo libero e sicuramente circondato dall'affetto e non dall'indifferenza com’erano morti a migliaia nei mesi precedenti i suoi compagni di prigionia. Parte dei deceduti dal 23 al 30 aprile furono cremati. Molti furono sepolti in fosse comuni nel territorio occupato dal campo di concentramento. Lo stesso giorno in cui morì mio zio, nel cimitero del paese di Flossenbürg, furono inumate le prime 21 salme di prigionieri (tra queste anche anche quella di mio zio) che sopravvissero alla liberazione ma che poco dopo spirarono a causa delle vessazioni subite. Su ognuna delle 120 tombe che accolse quel cimitero fu apposta una piccola lapide col nome dell'ex deportato defunto. Il 12 marzo 1958 i resti di quattro deportati italiani furono trasferiti dal cimitero del paese di Flossenbürg al Cimitero Militare Italiano d’Onore a Monaco di Baviera. Uno di questi era Luciano.

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